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Frutta, semi, noci e bacche - un breve compendio
storico su fichi, meloni e pere; pistacchi, mandorle, noci, nocciole,
pinoli.
All'estero i fichi non godono di grande popolarità: alcuni paesi
li conoscono solo come ripieno per biscotti o li gustano esclusivamente
secchi. Ovviamente, non sanno cosa si perdono. I fichi sono un alimento
gustoso e gustato da migliaia di anni. La coltivazione di fichi in antico
Egitto è più antica del Vecchio Regno, e i fichi (insieme
alle nocciole e alle mele) vengono menzionati in testi Assiro-Babilonesi,
così come nella stessa Bibbia, dove oltre al frutto si trova la
famosa "foglia di fico"; non è chiaro, al proposito,
perché Adamo ed Eva abbiano scelto proprio la foglia di fico per
coprire le proprie nudità. Ad ogni modo, i fichi venivano mangiati
in ogni parte del mondo occidentale: li troviamo (insieme all'orzo) come
ingrediente di base nella dieta degli spartani nella Grecia classica:
fichi, meloni, pere, uva, mele e mandorle venivano mangiati freschi o
essiccati. Gli stessi frutti li troviamo a Roma, mangiati a fine pasto.
Sappiamo da testimonianze dell'epoca che nell'antica Cartagine, i discendenti
dei Fenici mangiavano pistacchi; nelle tombe puniche si sono poi trovati
resti di mandorle, nocciole e noci. Nella cucina araba la frutta secca
gode di un posto d'onore, spesso anche come ingrediente nella preparazione
di salse per la carne.
Tutto questo è già abbastanza fico. Ancor più fico
è il fatto che tutti questi frutti vengono ancora oggi usati nella
preparazione di cibi raffinati (come i gelati del Gelatauro): servono
a controbilanciare un certo gusto "americano" (quello di Angela
Lorenz) che si traduce in gelato e biscotti di zenzero, accostamenti fra
mela e cannella che fanno molto "apple pie" (così come
zucca e cannella possono far pensare alla meno nota "pumpkin pie").
Fichi, pistacchi, noci e nocciole portano invece i sapori dell'Italia
meridionale (quelli dei fratelli Figliomeni). Ed ecco che al Gelatauro
si possono trovare biscotti freschi ripieni di fichi e mandorle (con un
pizzico di cannella e caffè o di bergamotto), meglio noti in Calabria
come Sammartine (chissà che gli americani non abbiano copiato le
Sammartine per una loro ricetta "tradizionale"). Gli ingredienti
dei nostri biscotti vengono dal frutteto biologico di famiglia (i fichi,
almeno finché le scorte non si esauriscono), mentre le mandorle
e i pistacchi provengono da Bronte e sono la base dei nostri Crumiri nonché
di uno dei nostri gusti più popolari di gelato, il Regno delle
Due Sicilie (un'invenzione di Cosimo).
Alcuni cibi hanno storicamente goduto di una certa diffidenza: al giorno
d'oggi può sembrare strano, ma i dietisti del medioevo arabo e
europeo non sempre consigliavano frutta e verdura, a meno che non fosse
cotta o secca (come poteva essere fatto facilmente con i fichi o l'uva).
Alcuni frutti, come la pera, erano divenuti proverbialmente pericolosi:
"après la poire, prestre ou boire", dicevano i francesi:
dopo la pera, bevi vino o chiama un prete…
Come al solito, le classi alte potevano permettersi di ignorare i consigli
dei dottori e ordinare frutti esotici provenienti da ogni dove: così
a Baghdad i principi arabi si permettevano di portare in tavola meloni
conservati nel ghiaccio o cocomeri provenienti dall'India… i meloni
erano allora un cibo esotico, guardato con sospetto e curiosità.
Un dietologo dell'epoca raccomandava che l'assunzione di melone dovesse
essere seguita da un formaggio cremoso o da carne salata: usanza da cui
forse proviene il successo secolare del Prosciutto e melone (o, chissà,
del proverbiale formaggio con le pere e, per rimanere in tema, dei fichi
col salame). Al Gelatauro Gianni e Cosimo amano mischiare i fichi freschi
col gelsomino per farne una squisita granita.
Il nostro trattatista medievale consigliava ancora di cucinare le pere
con la cannella, chiodi di garofano e vino rosso, per servirle poi con
burro, formaggio fresco e un po' di zucchero in cima: tutto questo per
rendere la pera, ovviamente, più digeribile! Sembra buffo, ma io
stessa (Angela) ho trovato che in Italia vi è ancora una certa
cautela nel mangiare i meloni, in particolare dopo cena (qualunque sia
la cena servita in tavola, aggiungo). Ma le pere sono ormai accettate:
sono stata in Friuli con la gastronoma Julia Child, prima ancora che il
Gelatauro fosse entrato nell'anticamera del cervello dei fratelli Figliomeni,
e ho scoperto le gioie del formaggio con le pere ("formaggio e pere,
sempre piacere"). Le pere vanno mangiate crude, grattate a scaglie
fino a formare un tappeto sul quale servire formaggio fuso o gnocchi di
ricotta e taleggio. Dopo che mio marito Gianni e suo fratello Cosimo hanno
aperto la gelateria, Gianni decise che questo poteva diventare uno splendido
gusto di gelato: il taleggio si scioglie sulla lingua mentre l'aroma di
pera si diffonde nel palato.
Le nocciole del Gelatauro vengono dalle Langhe, in Piemonte: sono per
noi le migliori e le usiamo diffusamente sia nel gelato di nocciola che
nel cioccolato fatto a mano. I pinoli si trovano invece nella crema Aurora
(inventata da Cosimo), le noci compaiono nei brownies (scoperti solo da
poco dagli italiani), insieme al migliore cocco disponibile e a zucchero
di canna e burro biologici: la nostra ricetta è divenuta così
buona solo dopo aver assaggiato i brownies di Ethel Pochocki, autrice
di libri per bambini di Brooks (Maine).
Gelsomino
Le origini del Jasminum Sambac si perdono nei dintorni dell'Arabia;
viene però nominata per la prima volta nella storia solo in Cina,
nel 300 d.C. In Cina era molto stimato sia per il profumo che per il gusto:
le donne della Cina meridionale legavano i fiori di gelsomino con sete
colorate per ricavarne degli ornamenti per i capelli. Nell'Europa del
'600, quando i guanti profumati erano di gran moda, il Gelsomino aveva
un utilizzo in più. Oltre al gusto, cioè. La ricetta per
il Cioccolato al Gelsomino, una specialità toscana di fine Seicento,
veniva custodita da Francesco Redi, scienziato e poeta alla corte di Cosimo
III de' Medici. Il Gelatauro usa il gelsomino per il gusto "Principe
di Calabria", insieme al bergamotto, altra pianta tipica delle regioni
meridionali.
Menta
La menta veniva usata come spezia o condimento già presso gli
antichi Greci, i Romani e le culture del Medio Oriente. Il gastronomo
latino Xenocrate la consigliava per la preparazione di salsine per molluschi
e ostriche. Veniva usata anche per guarnire la carne fredda, insieme a
una salsina di pesce e all'aceto, condimenti usati su ogni piatto. Nell'antica
Grecia la farina d'orzo e la menta venivano usati per preparare una bevanda
chiamata "cyceon", sacra ad Eleusis, ma bevuta volentieri anche
solo come rinfrescante. La menta è ancora oggi un condimento popolare
per i piatti di carne in molte culture, specialmente sulle carni di agnello,
fresca in foglie o in gelatina. Il Gelatauro la usa per la granita e i
ghiaccioli "menta e limone".
Finocchio
Il finocchio era già elencato fra le erbe aromatiche sulle tavolette
trovate nei palazzi micenei in Grecia, quindi già nel XIV°
secolo avanti Cristo. Anche gli antichi Egizi lo usavano. Il gastronomo
latino Apicio lo elencava come un ingrediente di base per la zuppa di
lenticchie, orzo e piselli. Nell'impero Bizantino, dietologi e medici
consigliavano di mangiare finocchio e pasti caldi nel mese di maggio,
e di berne il succo per eliminare la bile. Nel suo Regimen Corpus
del 1256, Aldobrandino da Siena classificava finocchio e menta nella categoria
"caldi e asciutti" dei rimedi medicinali, a partire dalla tassonomia
basata sulla filosofia greca. Durante l'alto Medioevo, il finocchio selvatico
veniva comunemente raccolto nei campi e nei boschi. L'idea di usare il
finocchio per farne un gelato è venuta al Gelatauro dall'usanza
calabra di offrire alle mamme un dolce di semi di finocchio glassato di
zucchero, in occasione della nascita del neonato.
Chiodi di garofano
I chiodi di garofano vengono menzionati già duemila anni fa da
fonti cinesi, indiane e romane. Venivano usati per migliorare l'alito,
tenuti in bocca come mentine. I chiodi di garofano potrebbero così
essere stati usati anche contro il mal di denti: in Cina, come a Roma
o in India, i chiodi di garofano erano usati nelle preparazioni medicinali.
Apicio non li usa mai nelle proprie ricette, ma un piccolo libro di ricette
di tarda età imperiale suggerisce che i chiodi di garofano non
dovrebbero mai mancare in una cucina latina. Una ricetta romana suggerisce
di usare zenzero e chiodi di garofano per guarnire il coniglio. Sono poi
diventati un'importante spezia nella cucina medievale, raccomandata anche
da Aldobrandino da Siena (per scopi medici): non stupisce, visto che ogni
spezia usata in Medioevo per cucinare, era prima stata usata come farmaco,
e solo dopo come condimento. Perfino caffè, tè e zucchero,
considerati all'epoca una spezia, vennero inizialmente usati come medicine.
I chiodi di garofano erano usati anche per speziare il vino, insieme alla
cannella. Nel periodo barocco, Messibugo impiegava chiodi di garofano,
zenzero e cannella in molte ricette; sono popolari anche nella cucina
araba.
Cannella
La cannella raggiunge il Mediterraneo intorno al settimo secolo prima
di Cristo. La cannella più pregiata viene dallo Sri Lanka e dall'India
meridionale, anche se varietà più comuni crescono in altre
zone dell'Asia e nella Cina meridionale. Saffo ed Ezechiele menzionano
entrambi la cannella, che compare più volte anche nella Bibbia:
Dio dice a Mosé di portare con sé le spezie migliori, fra
cui la cannella (dovevano essere usate per motivi sacri e nelle preghiere,
e non per occasioni secolari come cucinare o profumare i cassetti). Nel
Medioevo zenzero, cannella e cinnamomo erano gli ingredienti principali
di un elisir "Ippocrate", che si supponeva avere benefici e
salutari effetti. Per realizzare una versione più economica dell'elisir,
si poteva sostituire la cannella con una varietà meno pregiata,
conosciuta come "cassia" (ma lo zenzero, assai costoso, era
insostituibile); in epoca barocca il cuoco Giovanni del Turco impiegava
spesso la cannella, su diversi primi piatti.
Cioccolato
Fu Cristoforo Colombo a introdurre il cioccolato in Europa, tornando
nel 1502 dal suo quarto viaggio nelle Americhe. Va detto però che
Colombo non aveva un'idea chiara di cosa fossero i semi di cacao che aveva
portato con sé (li aveva scambiati per mandorle!): li aveva trovati
per caso, evitando per errore la Giamaica e sbarcando nell'isola di Guanaja,
al largo dell'Honduras. Colombo rimase sorpreso di quanto codeste "mandorle"
fossero tenute in gran conto dalle popolazioni Maya della zona, così
ne portò qualche pianta con sé, per il re Ferdinando. Il
cioccolato ci avrebbe messo ancora diversi anni a divenire popolare in
Europa (prima in Spagna e poi in Italia), anche se le antiche civiltà
americane lo bevevano già da mille anni. A quanto sappiamo, la
cultura Olmeca di Izapan aveva piantato il cacao a Soconusco, nel Chiapas,
in una di quelle che sarebbe divenuta una delle città chiave dell'impero
azteco. I semi di cacao e il cioccolato erano centrali nelle culture Maya
e poi Azteca, specialmente per le classi agiate, che usavano il cioccolato
nei riti di fidanzamento e matrimonio, e che spesso portavano con sé
nella tomba come corredo funebre, modellato in varie forme (più
di 1500 anni fa). Le culture precolombiane mischiavano il cioccolato con
peperoncino, pepe e altri ingredienti, ma non con lo zucchero. E fu proprio
lo zucchero la chiave del successo europeo del cioccolato: finché
gli spagnoli non iniziarono ad aggiungere zucchero e cannella alla miscela,
i palati europei rimasero indifferenti alla nera bevanda. Nel 1662, però,
il cioccolato era già così popolare in Italia da divenire
un argomento di disputa religiosa: il Cardinal Brancaccio, romano, dovette
decidere se proibirlo o meno durante la Quaresima (dato che era così
nutriente e che soddisfaceva così meravigliosamente i sensi); i
cioccolatomani vinsero, grazie al voto favorevole di Brancaccio, che sentenziò
"i liquidi non interrompono il digiuno". Da allora, il cioccolato
iniziò a essere usato per i primi piatti, le minestre e con le
carni… Mentre il cioccolato spopolava in Europa, l'Asia restava
indifferente: unica eccezione, le Filippine, conquistate dagli spagnoli
nel 1543. Qui vennero portate delle piante di cioccolato che furono la
principale risorsa per i buongustai europei (missionari gesuiti e uomini
d'affari portoghesi nell'attuale Tailandia). Il cioccolato caldo fa ancora
parte della tradizionale colazione di Natale dei filippini di religione
cattolica. Al giorno d'oggi i principali paesi produttori di cacao sono
tutti africani, anche se alcuni dei più celebrati tipi di cioccolato
vengono dalle Hawaii e dalle regioni tropicali delle Americhe.
Caffè
Il cioccolato era più popolare di tè e caffè in
tutta Europa, ma al giorno d'oggi, in Italia, la supremazia del caffè
è indiscussa. Questo arbusto, originario delle montagne etiopi,
inizia la propria storia alimentare in forma di panetti, mischiato al
burro. Se il cioccolato viene inizialmente consumato liquido e solo più
tardi prende forma di tavolette, al caffè capita proprio il contrario,
grazie all'intuizione delle popolazioni dell'Arabia meridionale, che iniziarono
a berlo… Si ritiene che i principali diffusori del caffè
siano stati i sufisti musulmani, che lo usavano per rimanere svegli durante
le lunghe preghiere. Verso la fine del Quattrocento, esistevano già
delle caffetterie alla Mecca; da qui si diffusero al Cairo e infine a
Costantinopoli, dove il primo caffè aprì nel 1554. Prima
del '600, il caffè era una bevanda nota solo a pochi eletti, come
gli studenti, i docenti e i visitatori dell'Università di Padova.
Il caffè, come il cioccolato, doveva ancora ricevere l'approvazione
papale e delle autorità religiose. Fu Clemente VII, dopo averlo
sorseggiato, a proclamarlo confacente agli usi cristiani. La prima caffetteria
italiana può quindi essere aperta, nel 1683, a Venezia (ma un ragusano
di nome Pasqua Rosée, aveva già aperto una caffetteria a
Londra, nel 1652).
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